Ciad, il mio viaggio nella malnutrizione - 2

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07/11/2010

Mongo. Un grande villaggio di capanne e qualche costruzione in muratura. Neanche una strada asfaltata, ma tanta polvere e fango.

Una volta sistematami, inizio subito a pianificare le visite con il mio responsabile, a prendere i primi contatti con rappresentanti governativi e organizzazioni partner e a programmare ogni dettaglio nella mia mente e sul mio quaderno.

Tuttavia, capisco subito che in questo paese tutto è più impegnativo di ciò che sembra.

Vorrei gettarmi a capofitto sul lavoro, cercando di ottimizzare i tempi, ma in realtà poco dipende da me e qui il concetto di priorità è culturalmente “poco sentito”.

Mettere d’accordo il capo progetto, il referente nutrizionale della Regione, i responsabili dei centri sanitari da visitare non è affatto semplice, soprattutto in periodo di Ramadan e con regole di sicurezza molto rigide.

A tutto ciò fanno da cornice caldo umido, insetti di tutte le dimensioni e colori, piogge torrenziali che bloccano le vie percorribili per giorni.

La mia prima visita al Centro Nutrizionale Ambulatoriale di Mongo è stata impressionante, sotto tutti i punti di vista. Il Centro era come sempre stracolmo di madri e bambini in attesa di effettuare le visite di controllo e ricevere la dose settimanale di PlumpyNut (un alimento terapeutico pronto all’uso).

L’infermiera del Centro, che mi aspettava (perché in Africa una visita va sempre preannunciata) ha esordito dicendo che ero arrivata tardi e che lì c’era molto lavoro da sbrigare.

I miei dubbi circa il reale significato di quella frase – del resto io ero andata lì solo per osservare le attività – sono stati subito chiarificati. In un attimo, senza capire bene come, mi sono ritrovata circondata da mamme con in braccio i propri bambini e con in mano il MUAC, ossia Middle Upper Arm Circumference, lo strumento per misurare il perimetro del braccio, utilizzato come indicatore della malnutrizione,

Una volontaria mi ha spiegato velocemente come prendere le misurazioni, poi è sparita dalla mia vista, inghiottita dalla folla. Ho iniziato a fare quello che mi aveva detto di fare, ma in realtà volevo spiegarle che io ero andata lì solo per guardare.

Faceva caldo, molto caldo. Tutte quelle persone che si addossavano attorno a me mi toglievano il respiro. Alle mie orecchie giungevano le forti urla del pianto dei bambini, che cercavano di sottrarsi all’esame.

Alcune madri tentavano di passarmi i propri piccoli per ridurre i tempi di un’attesa lunga ed estenuante, altre mi osservavano con lo sguardo di chi non sa se fidarsi di una persona così strana e diversa, quale apparivo ai loro occhi.

Ricordo che sono tornata a casa con una sensazione di sfinimento, frustrazione ma soprattutto di rabbia addosso. Credevo di essere irritata perché avevo svolto attività che non erano previste nei miei TOR (Terms of reference), ma presto ho capito che la collera era verso la cruda realtà che avevo davanti.

Avrei voluto farmi una doccia per rilassarmi e sentirmi pulita, ma anche in questo ero impotente, in quanto l’acqua della cisterna della palazzina era terminata e, visto che era sabato, avrei dovuto attendere fino a lunedì prima che la riempissero...

Leggi la terza e ultima parte del racconto

07/11/2010

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